Inserita in Sport il 20/11/2014
da REDAZIONE REGIONALE
Italia-Albania 1-0: Baci e Abrashi, ma fino ad un certo punto ... di Gabriele Li Mandri
È vero, il gioco di parole è un po’ scontato e forse azzardato dato che Abrashi, giocatore svizzero naturalizzato albanese, ieri è stato fra i pochi a non sorridere in campo a causa dell’infortunio che l’ha costretto ad uscire a 20 minuti dalla fine. Ma siccome titolare un articolo “Baci e Okaka” avrebbe avuto poco senso, lasciateci passare questo azzardo e fatevi spiegare perché, ieri, nonostante una buona prova della Nazionale, la vera svolta sia giunta solo dopo i canonici 90 più recupero.
Concentrarsi sul valore tecnico di un’inutile amichevole, giocata con le riserve, non avrebbe un grande senso. Potremmo star qui a sperticarci in lodi sulla magia del calcio, su Okaka che all’esordio trova il suo primo gol in azzurro, su Acerbi che finalmente rientra dopo aver sconfitto una terribile malattia, su Cerci che resuscita dall’anonimato spagnolo e che forse (forse) fa capire a Conte che ci sarà stato un motivo alla base della vena realizzativa di Immobile lo scorso anno. Potremmo urlare al miracolo di una Nazionale composta da seconde linee che hanno in corpo quella furia agonistica in grado di dare una scossa al tipo di gioco che il buon Antonio chiede, ma perché farlo? È pur sempre un’amichevole, e di fronte c’era l’Albania e non il Brasile di Pelé.
Quelle che contano sono state le parole di Antonio Conte durante il post-partita: “Siamo soli contro tutti, nessuno ci aiuta”. Non sono parole casuali, dettate dall’apparente nervosismo dovuto alle (giuste) critiche piovute di recente sugli azzurri: è sanguigna pre-tattica. L’ex mister della Juventus ha sempre vinto dopo aver detto qualcosa del genere: la sua filosofia motivazionale si basa sull’isolazionismo puro e semplice. Stare antipatici, sentirsi soli contro tutti, andare contro il sistema e alzare trofei prima che il carro dei vincitori possa riempirsi più di tanto: è il “rumore dei nemici” a pompare i calciatori che lui protegge da congiure non meglio identificate, come un padre che prende per la collottola il figlio e gli urla che là fuori il mondo è bastardo e che se la dovrà cavare da solo. Era solo questione di tempo, adesso è davvero la Nazionale di Conte.
Purtroppo, però, il giochino sta cominciando a diventare noioso: Conte non è più il mago degli esordienti, ha un certo curriculum alle spalle che parla di trofei ma anche di contraddizioni. Non si può lanciare accuse a bersagli non identificati senza studiare il suo, di passato. Quelle erano rivolte alla Federazione? Parliamo della stessa che lo ha accolto dopo un passato burrascoso, la stessa che gli paga un lauto stipendio che lo ha convinto a ridere in faccia ai giornalisti che gli chiedevano come avesse fatto, nel giro di un anno e qualcosa, a santificare quelli che lui considerava il diavolo salito in terra. Erano rivolte ai club, rei di considerare la nazionale un “fastidio”? Proprio lui che crocifisse Prandelli per aver convocato Chiellini in azzurro, definendolo “poco garbato e poco educato”?
Difficilmente vedremo Conte dare pacche sulle spalle, sventolare bandiere e chiedere autografi come quel ragazzo definito ieri dalla Rai “l’invasore di campo più pacifico del mondo”. Di pacifico nel mister azzurro non c’è proprio nulla: i suoi successi li ha costruiti dando tanti calci nel sedere, così come i suoi insuccessi. Se questa Nazionale farà parte dei primi o dei secondi, solo il tempo ce lo dirà. Di certo, però, non sarà mai una Nazionale da “Baci e Abrashi”.
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